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Fotografi di Corsa 21 aprile - 24 giugno
2018,
Fotografi di corsa
Fotografi di Corsa
Luca Bettini – Roberto Bettini - Aldo Martinuzzi
Chiesa di San Lorenzo, San Vito al Tagliamento
21 aprile – 24 giugno


Il CRAF ha realizzato una mostra fotografica dedicata ai campioni del ciclismo, dagli anni ’80 ad oggi, costituita da 85 fotografie di Roberto Bettini, Luca Bettini e Aldo Martinuzzi, tra i più importanti fotografi sportivi italiani e di ciclismo in particolare.

Come tutte le invenzioni di successo la bicicletta, nata per il trasporto degli uomini con un motore muscolare altamente redditizio in termini di energia, ha trovato altre modalità di impiego, come lo sport. E quando le biciclette acquisirono pedali, catene, freni, un manubrio più pratico di un semplice tubo dritto, si stava elaborando un’altra invenzione, destinata anch’essa a cambiare la vita dell’uomo: la fotografia. Bicicletta moderna e fotografia, nate nello stesso XIX secolo della rivoluzione industriale, inevitabilmente dovevano incontrarsi. Che lo abbiano fatto… per sport solo apparentemente è un caso. Il ciclismo ha suggestioni particolari e dona emozioni intense e genuine. Lo sforzo è spesso sovrumano, le distanze, i dislivelli trasformano le gare in avventure epiche. E questo accade sulla strada, dove tutti possono vedere, dove lo spettatore è vicinissimo all’atleta, forse più di ogni altro sport. Quante cose da fotografare. Ma allo spettatore spetta solo un lampo, un mosso davanti agli occhi. Oppure il ciclista che spunta fra le teste degli altri spettatori (anch’essi con la macchina fotografica). O il dopo corsa, per un’istantanea con il campione preferito. Le immagini del ciclismo hanno bisogno del fotografo professionista, soprattutto se è anche artista, particolarmente se è anche appassionato di ciclismo. Aldo Martinuzzi e Roberto Bettini con suo figlio Luca appartengono a quest’ultima categoria. Fotografi nati con l’analogico, che hanno le mani ancora rovinate dall’iposolfito di sodio, il cui pollice è quasi slogato nel movimento laterale (quello della leva di carica della pellicola), il cui occhio vede immagini già incorniciate, che sa valutare tempi e diaframmi. Fotografi per i quali se la foto non è buona è perché non ci si è avvicinati abbastanza, come diceva Robert Capa. Fotografi che sanno condividere la stessa vita degli atleti. Questi in equilibrio in bicicletta, gli altri in bilico sul sellino posteriore di una motocicletta. E poi, a corsa finita, mentre i ciclisti si rifocillano e cercano una doccia, la corsa a sviluppare le fotografie e inviarle ai giornali. Una corsa nella corsa dopo la corsa. E solo loro, in quanto artigiani dell’immagine, operai della rappresentazione, hanno accesso ai segreti veri dei gregari e dei campioni. Ne condividono le emozioni, ne anticipano le ansie, ne comprendono i drammi. Guardate la foto di Pantani che riposa nel letto d’albergo con la maglia gialla accuratamente appesa davanti a lui. Solo chi sa le sofferenze di un campione e ha la sensibilità di condividerle semplicemente, senza retoriche e compatimenti, può cogliere la gioia autentica, intima di una vittoria. Il ciclismo non si svolge in campi chiusi o in palestre, si è detto, ma nella natura che comprende il variare delle condizioni meteorologiche. La neve, la pioggia, il fango, il sole cocente. Make up perfetti per variare volti e espressioni dei ciclisti, della carovana che li segue e degli spettatori che li aspettano plaudenti. Ma altrettanti ostacoli tecnici per il fotografo. E qui si vede il mestiere di Martinuzzi e dei Bettini. I trucchi elaborati in anni di pratica, la simbiosi perfetta con gli apparecchi. Non leggerete di obiettivi, focali, risoluzioni, tempi dell’otturatore, diaframmi, men che meno di pixel, di bilanciamento del bianco, di photoshop. Questo lo trovate nei manuali tecnici o nelle riviste specializzate nel voyeurismo fotografico. Chi ha mai osato, infatti, chiedere a Picasso quali pennelli usasse o a Van Gogh che marca di colori acquistasse? Analogamente a fotografi come Martinuzzi e i Bettini è inutile e stupido chiedere di macchine e obiettivi. Conta il prodotto, l’emozione restituita, la realtà rivelata, il senso suggerito, l’epica raffigurata. E alla fine la voglia di vedere queste fotografie muoversi sulle strade, come a una guida visiva al ciclismo, per poterle riprodurre con le nostre macchinette digitali, sapendo che un Mercks, un Pantani, un Fuente, non ci passeranno mai più davanti. Martinuzzi e i Bettini c’erano. Lì sulla strada, con pioggia e neve, sole e vento, a sopportare freddo e caldo, a rischiare a ogni curva, con l’occhio al mirino e il dito sul pulsante di scatto. E a vedere altre firme sugli articoli, altri volti presentare e commentare e nessuno che ricordi chi ha scattato quelle foto tanto significative e belle, tanto commoventi ed epiche. Ma le firme di Aldo Martinuzzi e dei Bettini resteranno per sempre impresse nella luce delle loro immagini (tratto dal testo a catalogo di Umberto Sarcinelli).
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