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Visioni oltre il nero - Sette fotografi da Reggio Emilia
Visioni oltre il nero - Sette fotografi da Reggio Emilia
a cura di Daniele De Luigi
Castelnovo del Friuli, Villa Sulis
7 luglio – 23 settembre 2007
Orari

Nel testo critico del volume “La scuola emiliana di fotografia”, edito in occasione della mostra tenutasi dieci anni fa a Modena, Walter Guadagnini scrisse di come «il mutare d’attenzione di Vasco Ascolini dall’amato teatro a una “metafisica del paesaggio” [avesse dato] vita a un gruppo folto di giovani fotografi reggiani». Per indicare questo gruppo raccoltosi attorno alla sua figura si è spesso parlato altrove, in occasione di importanti rassegne collettive soprattutto fuori dall’Italia, della “scuola di Reggio Emilia”. Tale definizione si presta tuttavia almeno a due equivoci che è bene chiarire. Anzitutto l’idea di scuola può indurre a pensare che il gruppo si sia da allora, in qualche modo, “istituzionalizzato”, individuando e perseguendo una propria linea stilistica o un campo di ricerca, e frequentandosi con regolarità al fine di metterla in atto. Volutamente, invece, ciò non è mai avvenuto. Secondariamente va ricordato che esso costituisce solo una parte, per quanto rilevante e significativa, di una realtà locale, quella reggiana, che è in realtà ancor più ampia e variegata, tanto da dar luogo a una concentrazione di fotografi d’autore davvero più unica che rara nel panorama nazionale e probabilmente europeo. La ragion d’essere di questo gruppo - e dunque anche di questa mostra – è da ricondurre invece a un aspetto della personalità non artistica, ma umana di Vasco Ascolini: la sua predisposizione a svolgere un ruolo di guida per i più giovani, portandoli ad intendere la fotografia come l’approfondimento di un percorso di ricerca, come un progetto da condurre sempre con dedizione e professionalità. La nascita di un gruppo attorno alla sua figura, verificatasi proprio intorno alla metà degli anni Novanta, coincide in realtà non con la svolta tematica dell’artista dal teatro all’architettura e agli spazi museali, ma con l’attenzione che ne conseguì della critica internazionale di cui Ascolini volle fare partecipi i giovani fotografi più promettenti della sua città. Molti di essi hanno avuto così la possibilità di confronti stimolanti e fruttuosi e di intrecciare a loro volta rapporti con prestigiose istituzioni, in primis il Musée Reattu di Arles, dove recentemente, in occasione della mostra per i 40 anni della collezione fotografica permanente, una sala ha potuto essere interamente dedicata ai fotografi reggiani gravitati nel tempo attorno ad Ascolini. Lo stesso CRAF vanta con loro un rapporto ormai consolidato negli anni, ed è da esso che nasce questa mostra. Cogliere il senso di questo rapporto permette anche di comprendere come, nonostante la forza stilistica e la capacità suggestiva delle immagini di Ascolini, ogni fotografo abbia sviluppato una propria soluzione espressiva, un autonomo campo di interesse, un modo forse di intendere la traduzione del reale in immagine fotografica. La poetica ascoliniana, mirante a spiazzare le aspettative dello sguardo e a costringere a uno sforzo immaginativo di completamento della visione, si fonda infatti su tagli decisi e su una forzatura delle possibilità espressive della stampa – sgranatura, estremizzazione dei toni del bianco e, soprattutto, del nero che si fa pervasivo – che non ritroviamo nelle scelte degli altri autori. Cesare Di Liborio, mosso anch’egli dall’intento di attivare l’immaginazione attraverso lo sguardo inducendo a un viaggio mentale, tuttavia lo gioca all’inverso proprio sulla chiarezza del visibile e la sua capacità evocativa. La leggibilità dei dettagli che caratterizza le sue stampe la ritroviamo anche in quelle di Luca Gilli, per il quale la natura, nelle sue forme più nascoste e di sommessa bellezza, è da sempre soggetto privilegiato e oggetto di paziente ricerca. Valeria Montorsi propone una serie inedita risalente ai suoi esordi nella quale, prima di sviluppare la sua capacità di astrarre le forme del reale, si muoveva con ironia sottile nel mondo del bric-à-brac delle icone cristiane. Proprio la ricerca dell’astrazione assoluta, in questo caso delle forme naturali, è il fulcro del lavoro di Stefano Cianci, il cui titolo – il rigoroso nome botanico di una varietà di pianta - contrasta con le immagini in cui i suoi rami vengono tramutati in pennellate espressioniste. Costanza Maramotti, giovanissima, intende la fotografia anzitutto come una pratica attraverso cui interagire con le persone: in questo caso, i trittici testimoniano tre momenti di un’azione che si chiede di compiere ad alcune giovani mettendo in gioco se stesse e un po’ della propria privacy. Il risultato è ancora una volta una stampa in bianco e nero assai curata, e da questo punto di vista l’unico a distaccarsi dal gruppo è Paolo Simonazzi, che usa il colore per ritrarre i luoghi e farne trasparire la memoria attraverso gli oggetti, riallacciandosi così al lavoro di altri dei fotografi presenti nella capacità di evocare la presenza umana pur senza ritrarla in modo diretto. Affinità in ordine sparso, dunque, che disegnano una trama complessa in cui certo le si può rintracciare, ma che soprattutto sono frutto di un confronto costante che unifica le divergenze e lo scarto generazionale.
Daniele De Luigi
 
 
Fotografi presenti e opere:
Vasco Ascolini - Noir lumière
Stefano Cianci - Sophora japonica varietatis pendula


Cesare Di Liborio - Les Colonnes d'Hercule
Luca Gilli - Passaggi d'acqua 
Costanza Maramotti - Nudi di donna
Valeria Montorsi - Bondieuseries
Paolo Simonazzi - La casa degli angeli

 
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