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1999 - BETWEEN TWO WORLDS. Donne pioniere della fotografia britannica
Savorgnan, Lestans
17 luglio - 12 settembre 1999

La mostra organizzata da Pam Roberts (curatore presso la Royal Photographic Society) e Helen Robinson (Huddersfield Art Gallery) punta sul lavoro delle pioniere della fotografia inglese; e esplora la loro contribuzione nello sviluppo e nella storia della fotografia. Spiega in particolare il modo in cui hanno esperimentato e adattato questo mezzo, aprendo i confini della pratica fotografica.
Più di cento tra le più belle fotografie di più di 30 fotografe, che esercitarono con successo tra il 1850 e il 1930, figurano in questa mostra.
Tra le artiste, presentate, Julia Margaret Cameron, Lady Hawarden, Alice Hughes e Olive Edis per l' 800, e Madame Yevonde, Dorothy Wilding, Agnes Warburg, Lallie Charles e Kate Smith per il 900.
La mostra è divisa per artisti: la loro vita e il loro lavoro, la loro contribuzione nella storia della fotografia per mettere in evidenza l' esistenza eccezionale e il carattere di queste donne dietro i loro obiettivi, la loro individualità, la loro professionalità e il loro impegno a mostrare il loro personale modo di vedere. Inoltre la mostra abborda le tematiche della fotografia ritrattista, di moda e di pubblicità, la fotografia glamour e di nudo così come la fotografia paesaggistica.
Include anche ritratti di personaggi chiave della letteratura, da George Bernard Shaw, Thomas Hardy, Alfred Tennyson e Virginia Woolf fino a Clive Bell e Duncan Grant (ritratto da Vanessa Bell); di attori come Maurice Chevalier e Sir John Gielgud e di membri della famiglia reale.
Questa mostra è stata organizzata in collaborazione con la Huddersfield Art Gallery e attinge alle collezioni della National Portrait Gallery e del Victoria and Albert Museum, la maggior parte delle fotografie sono tuttavia di proprietà della Royal Photographic Society.

Walter Liva

Fantasimilia, dalla fotochimica alla fotoelettronica
a cura di Italo Zannier con la collaborazione di Sabrina Zannier
Palazzo Colossis, Meduno
17 luglio - 12 settembre 1999

Dal "verosimile" al "fantasimile", in effetti un transito epocale, a centosessant'anni dall'invenzione dagherriana, ossia dall'immagine fotochimica a quella elettronica, definita "digitale", il Duemila vedrà accendersi definitivamente il lampo di questa nuova "foto-grafia", alla quale si crederà, non tanto come testimonianza, ma come metafora di un aspetto esistenziale teso fra sogno e realtà.
La rassegna e il volume intendono presentare alcuni autori italiani che in questi ultimi anni si sono dedicati alle nuove tecnologie dell'immagine, a volte transitando dalla mera manipolazione pittorialista o del fotomontaggio, a quella attuale consentita, anzi sollecitata, dal computer, sia per la pura creatività che per la connessione con altri linguaggi, come quello del graphic design.
Quattordici fotografi o grafici (Francesca Semeria, Giovanni Ziliani, Piermario Ciani, Anna Forcella, Studio Tapiro, Studio Camuffo, Rosa Foschi, Marco Miré, Matteo Basilé, Giancarlo Dell'Antonia, Loris Cecchini Daniela Monaci, Piccolo Sillani Dejaran, Franco Fontana) esporranno circa dieci immagini a testa, suggerendo varie tipologie espressive per porre semplicemente l'accento sul nuovo corso della fotografia.
I testi in catalogo, di Italo Zannier e Sabrina Zannier, offriranno un excursus storico, sia della fotografia nel suo divenire, dal dagherrotipo al digitale, sia dello scambio tra le arti del nostro secolo, che da questo genere d'immagine ha ricevuto straordinarie sollecitazioni creative.

Sabrina Zannier



Fotografi del XX° secolo - I fratelli Zangaki
Villa Businello, Spilimbergo, 17 luglio - 12 settembre 1999

Già i primi, e spesso improvvisati dagherrotipisti - tra i quali il celebre pittore orientalista Horace Vernet , che giunse ad Alessandria d'Egitto negli ultimi mesi del 1839 - hanno percorso innanzitutto l'itinerario settecentesco del Gran Tour, dall'Italia alla Grecia, dalla Turchia al bacino del Mediterraneo verso l'Egitto, ossia nei mitici "luoghi del Sole" per riscoprirne il fascino mediante il "maraviglioso trovato" di Daguerre.
Nella seconda metà dell'800, sorgono quindi i primi atelier commerciali, a Istanbul, Beirut, Luxor, che offrono al ricco turista d'Oltralpe una sequenza di album souvenir e di immagini d'architettura e di solari scene indigene.
Tra questi atelier, risalta tra il 1870 e il 1880 quello dei Zangaki, due fratelli di origine greca, fotografi ancora da studiare compiutamente, e della cui vita, certamente avventurosa, si conosce tuttora poco.
Ma le suggestive fotografie che hanno lasciato, testimoniano una vicenda che è tra le più significative della storia della fotografia del secolo scorso, quando, in concorrenza con i Bonfils, gli Abdullah, Beato, Trémaux, ecc. i Zangaki, in società con Arnoux, percorrono con un gigantesco apparecchio fotografico, le rotte più frequentate del Gran Tour, dalla Palestina al Nilo.
Ora, una rassegna di circa quaranta immagini originali dei Zangaki ( si tratta di stampe all'albumina da lastre al collodio, eseguite tra il 1870 e il 1880), verrà ospitata a Spilimbergo, nell'ambito del programma 1999 del C.R.A.F.; sarà una rara occasione di conoscenza e di studio della fotografia storica, ma anche un suggestivo viaggio ideale, tra le luci e i personaggi che si potevano incontrare lungo il vergine Nilo, nel secolo scorso.

Ugo Pellis, Fotografie come parole
a cura di Italo Zannier e Gianfranco Ellero
Villa Businello, Spilimbergo
17 luglio - 12 settembre 1999

Ugo Pellis non sarebbe mai diventato fotografo se, sul principio degli anni '20, quando era Presidente della neonata Società Filologica Friulana (fondata a Gorizia il 23 novembre 1919), non fosse stato chiamato da Matteo Bartoli a svolgere il compito di "raccoglitore unico" dell' Atlante Linguistico Italiano.
Si trattava di visitare millesessantacinque località, comprese tra il Piemonte e la Sicilia, la Sardegna e l'Istria; di individuare altrettanti "informatori", possibilmente nati e vissuti nelle località prescelte; di rivolgere loro da un minimo di tremilacinquecento a un massimo di settemila domande...
Un lavoro immane che, per fortunata combinazione, fu affidato alla persona adatta. Pellis, infatti, conosceva alla perfezione il greco, il latino, l'italiano, il tedesco, il friulano; aveva un carattere aperto, estroverso, che ispirava la fiducia dei suoi informatori; possedeva un orecchio e una memoria eccezionali; aveva grandi capacità di lavoro, sorrette da un entusiasmo ardente, ed era un maieutico straordinario.
Ma prima di partire per la grande impresa, dopo aver visto all' opera Paul Sheuermeier, il raccoglitore dell' Atlante Italo-Svizzero ( in sigla, AIS), volle diventare a sua volta fotografo.
Il linguista svizzero viaggiava per l'Italia - nei primi anni Venti - in compagnia di un disegnatore ( che ritraeva soprattutto attrezzi agricoli, case, prodotti dell'artigianato), ma eseguiva fotografi per cogliere significati che il disegnatore non può rivelare.
Il disegno, scrissero Jaberg e Jud nell'introduzione al Bauerwerk - la monumentale pubblicazione composta con i materiali raccolti da Scheuermeier, "mette in evidenza gli elementi caratterizzanti e allo steso tempo rende riconoscibili i particolari, isola l'oggetto e gli dà contorni netti. La fotografia propone invece l'immagine di una realtà non ritoccata, ma spesso condizionata dal caso o dalla necessità, collega l'oggetto al suo mondo, mostra lo strumento nelle mani dell'uomo, rendendone chiaramente visibili il modo dell'impiego e le dimensioni. Le stilografie sono parti integranti del testo, mentre le fotografie fanno parte a sé, quasi come un film muto."
Per non influenzare gli informatori con domande del tipo: "Come si chiam,a la roncola in questo villaggio?", Ugo Pellis si munì di un album di duemilacinquecento disegni o illustrazioni da mostrare agli informatori, che gli consentiva di formulare domande neutre semplicemente puntando l'indice.
Non fu previsto l'intervento di un disegnatore al suo fianco; egli fu, a maggior ragione, costretto a diventare fotografo, per memorizzare forme particolari di oggetti, di case, di strumenti da lavoro, quando erano sensibilmente diversi da quelli standard del suo album; per ritrarre i suoi informatori e per catturare paesaggi, cioè vedute dei luoghi di sintesi fra uomo e natura.
Prima di partire, dunque, il "pellegrino di luoghi e di parole" dovette diventare fotografo, e prese lezioni da Arnaldo Polacco, membro illustre dell'Istituto Fotografico Triestino.
Partì poi, nel settembre del 1925 e, preso dall'ossessione della corrispondenza fra "audio" e "video", fra suono e immagine, scattò alcune migliaia di fotografi, incise dapprima su lastra in una macchina Ica Ideal 111 a doppio mantice, poi su pellicola in una Kodak 9 x 12 e in una Superb della Voigtlander.
Nei diciassette anni successivi portò a termine settecentotrenta inchieste, cioè più di due terzi di quelle programmate e morì, verosimilmente per superlavoro nel 1943.
All'Università di Torino lasciò alcuni milioni di schede manoscritte in copia unica; alla Società Filologica Friulana 7156 (settemilacentocinquantasei ) negativi, diligentemente inseriti in bustine numerate e didascalizzate con il nome della località, la descrizione del paesaggio, degli oggetti o delle persone ritratte, la data e i dati tecnici dello scatto. Tutto il materiale fu poi ordinato in ventitrè cassette di legno, gelosamente custodite in ambiente asciutto: un corpus di fondamentale importanza documentale ed estetica, che basta da solo per assicurare a Pellis e alla Società Filologica Friulana un posto di rilievo nella storia della fotografia europea.
Sotto il profilo documentale, o meglio etnografico, si possono ripetere per Pellis le parole che scrisse di sé il suo amico e collega Scheuermeier: "...prima non fui né folklorista, né etnografo, né geografo, ma io partii linguista e tornai folklorista. La necessità di studiare la lingua del popolo mi mise dentro la vita di questo e in mezzo alle sue cose."
Sotto il profilo estetico non è possibile non rimanere coinvolti da inquadrature che brillano per l'equilibrio compositivo e la profondità dei messaggi che ci lanciano da un' Italia scomparsa: le reti di San Benedetto del Tronto, gli strumenti della fienagione nel Trentino, l'aratro di Rocca di Mezzo, le aie di Castel del Monte, le barche di Burano, le immagini di Urzulei, sono degne delle migliori antologie dell'arte fotografica.

Gianfranco Ellero
1999 - BETWEEN TWO WORLDS. Donne pioniere della fotografia britannica
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